L. DIPINETO, G. MATTEOLI, F. DI PRISCO, M.C. LANDOLFI, S. MONTAGNARO, L.F. MENNA

Parole chiave: Campylobacter termofili, galline ovaiole, ambiente

Le tossinfezioni indotte da microrganismi termofili del genere Campylobacter vengono segnalate con frequenza sempre maggiore nell’uomo raggiungendo, nei paesi industrializzati, una incidenza che spesso supera le tossinfezioni da Salmonella spp. (3,4). In natura i principali serbatoi di Campylobacter termofili sono rappresentati dagli uccelli e, in particolare, dai volatili domestici con percentuali di positività di circa il 75% nei broiler e 80% nelle ovaiole (3).
La trasmissione dell’infezione avviene per via orizzontale con una tipica diffusione a macchia d’olio (3). L’infezione sarebbe dunque acquisita dopo la schiusa, mediata dai numerosi vettori (animati e inanimati) che i Campylobacter spp. sfruttano nel loro ciclo biologico.
Il ruolo di vettore è svolto principalmente dalla lettiera e da tutte le strutture interne ai capannoni (gabbie, mangiatoie, abbeveratoi, finestre, ventilatori) oltre che dal mangime e dall’acqua di abbeverata contaminati da feci di animali infetti (6). Un ruolo epidemiologico importante verrebbe inoltre svolto da altri vettori quali insetti, roditori, animali domestici e selvatici, nonché dagli operai addetti all’allevamento mediante l’introduzione e la diffusione del germe nei capannoni (1).
Scopo del presente lavoro è quello di fornire un contributo sull’analisi delle correlazioni esistenti tra i Campylobacter isolati dagli animali e quelli isolati dall’ambiente in modo da ampliare le conoscenze sull’ecoepidemiologia di tale microrganismo necessarie per ridurre la prevalenza dell’infezione tra gli animali e la conseguente trasmissione all’uomo.